Circolo Bateson - Seminario nazionale 13-14 giugno 2009
Rigore e immaginazione nella scienza
e nella divulgazione scientifica

Parco di Aguzzano - Roma

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“Riflessioni di un'utente profana”

di
Paola Musarra
"Il mondo è un sistema complesso
che non può essere descritto
da un solo linguaggio
da una sola prospettiva"

Giuseppe O. Longo
(Radio3Scienza dell'8 giugno 2009)


Piccola introduzione – Durante l'intervallo di domenica 14, prima di questa mia comunicazione, Marcello Sala ci ha offerto una elegante "forma" di tai chi con l'arma. Io avevo bisogno al tempo stesso di concentrarmi e di rilassarmi. Ho potuto farlo guardandolo, e di questo lo ringrazio. Tensione e rilassamento, inspirazione ed espirazione. Nel nostro stesso respiro, rigore e immaginazione...

Premessa – Che vuol dire "utente profana"?

  • Utenti profani sono ad esempio alunni e studenti, ma questo seminario si occupa di divulgazione scientifica e non di didattica delle scienze.
  • Utenti profani siamo noi tutti in molte circostanze della vita, generalmente penose. Mi limiterò a pochi esempi.
    1. Siamo utenti profani in banca, quando dobbiamo interpretare in modo corretto i dati economici sulla base della "spiegazione" di un funzionario (improvvisatosi divulgatore scientifico... di parte), in vista di alcune operazioni per noi molto coinvolgenti (accendere un mutuo, fare degli investimenti o dei dis-investimenti).
    2. Siamo utenti profani quando andiamo dal medico o in ospedale, quando è in ballo la nostra pelle e qualcuno ci deve "spiegare" i referti, i risultati delle analisi, per aiutarci a capire, a sopportare, a guarire (e sappiamo bene che una corretta comunicazione è parte integrante della cura).
    3. Siamo utenti profani quando, con l'aiuto di sommarie "Istruzioni per l'uso" (magari on line), dobbiamo interagire con un nuovo programma informatico o con un artefatto tecnologico che ci è poco familiare (e sappiamo bene quanto la tecnologia si innervi profondamente nella nostra vita quotidiana).
Del discorso politico non voglio parlare. In quel caso la "giusta distanza" è d'obbligo: bisogna chiedersi SEMPRE "che mi state raccontando?"

In questi casi - ce ne sono infiniti altri - siamo esposti a forme di "divulgazione" più o meno scientifiche, più o meno rigorose, più o meno fantasiose, più o meno accessibili, che tuttavia riguardano direttamente la nostra sopravvivenza (salute, lavoro, impegno, situazione economica...), la nostra percezione del mondo e di noi stessi nel mondo.

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Trasportiamoci adesso in un contesto meno drammatico... ma non meno coinvolgente.

Le riflessioni di cui vi parlerò sono quelle di una "utente profana", che ha ricevuto una formazione filologico-linguistico-letteraria, ma che si espone volontariamente all'impatto di una divulgazione scientifica, della quale è disposta (con spirito batesionano) ad accettare sia il rigore sia l'immaginazione.

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Mi sono chiesta: quando ascolto una conferenza scientifica (per esempio, all'Accademia dei Lincei) o mi cimento con un difficile saggio o vado a un Festival della Scienza... perché lo faccio?

E voi, perché lo fate, quando, pur avendo le più diverse "orografie mentali", vi ostinate a gettare un ponte fra scienze umane o morbide e scienze naturali o dure, mettendo a confronto paesaggi cognitivi diversi? Perché lo fate? Perché lo facciamo?

Forse per rendere più stabile quella "incerta alleanza" della quale ho già avuto occasione di parlare (mi riferisco al libro di Luciano Gallino, L'incerta alleanza - Modelli di relazioni tra scienze umane e scienze naturali, Einaudi, Torino 1992).

E' una sfida intellettuale, profumata - diciamolo - di dilettantismo? E' la gioia di ridiventare alunni senza il timore di esami e interrogazioni? E' il tentativo di recuperare l'altra "mezza mela"? E' il piacere di arrovellarsi attorno a un rompicapo?

Io penso che alla base di tutti questi atteggiamenti vi sia una forte "volontà di capire" ("ciò che ci rende umani è la voglia di capire", diceva un giovane ricercatore che lavora con Rita Levi Montalcini), unita alla speranza che dall'altra parte, cioè dalla parte del divulgatore, vi sia una altrettanto forte "volontà di farsi capire".

Se così è, chiediamoci: quali sono le nostre aspettative? Quanto vogliamo/possiamo/dobbiamo capire? E soprattutto, che cosa vogliamo poter capire?.

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1. Quanto voglio/posso/devo capire? – Vi propongo una poesia, che forse qualcuno di voi riconoscerà:

"C'è qualcosa che non so
            che si presume ch'io sappia.
Non so che cos'è che non so,
            e tuttavia si presume ch'io sappia,
e ho la sensazione di apparire stupida
            se sembra e che non lo sappia
            e che non sappia che cos'è che non so.
Quindi faccio mostra di saperlo.
            Ciò è snervante
            poiché non so ciò che devo far mostra di sapere.
Quindi faccio mostra di saper tutto.
Ritengo che tu sai ciò che si presume ch'io sappia,
ma tu non mi puoi dire che cos'è
perché non sai che io non so che cos'è.
Tu potrai forse sapere ciò che io non so ma non
      che io non lo so
e che non te lo posso dire, Così bisognerà che tu mi dica tutto."


L'autore è Ronald D. Laing (Nodi, Einaudi, Torino 1974, p.60).

"Bisognerà che tu mi dica tutto..." Ma proprio tutto?

Stephen Jay Gould (in La vita meravigliosa - I fossili di Burgess e la natura della storia) afferma che:
"i concetti della scienza, in tutta la loro ricchezza e ambiguità, possono essere presentati senza alcun compromesso, senza alcuna esemplificazione deformante, in un linguaggio accessibile a tutte le persone intelligenti". Certo, bisognerà evitare il gergo specialistico cambiando alcune parole, "ma non deve esserci alcuna differenza di profondità concettuale fra pubblicazioni professionali ed esposizioni per il pubblico generico" (ivi).

Piena fiducia dunque nelle capacità del divulgatore e nell'intelligenza dell'utente non specializzato: "Il profano 'acuto e intelligente' non è un mito", afferma Gould (in Bravo Brontosauro, Feltrinelli, Milano 2002, p.10). Del resto, "qualsiasi complessità concettuale può essere espressa nel linguaggio comune". (ibidem)

Ma è davvero così?

Vediamo un'ipotesi meno ottimistica sulla possibilità di trasmettere concetti scientifici a un utente profano.

Giuseppe O. Longo, ad esempio, distingue nettamente la fase della scoperta (incandescente e magmatica) dalla successiva fase di sistemazione-giustificazione (nei confronti della comunità scientifica), e ancor più dalla fase di divulgazione:
"la sistemazione tende ad assumere un carattere 'oggettivo', grazie a un occultamento o a una negazione deliberata e artificiosa del soggetto di conoscenza, che era così vivace e attivo nella fase della scoperta, cerca insomma di fornire una descrizione-spiegazione-previsione di 'oggetti' o 'processi' o 'fenomeni', ignorando il loro legame con il ricercatore che li ha studiati." (Il senso e la narrazione, Springer-Verlag, Milano 2008, p.19)

In questa fase è d'obbligo far ricorso ad una metalingua codificata, ristretta e ripetitiva, che soffoca il fuoco della scoperta. E' il linguaggio accademico, spersonalizzato e spersonalizzante.

Che succede nella fase della divulgazione?

Ebbene, il contenuto dovrà venire a patti con le regole, la gamma espressiva e le valenze metaforiche di una metalingua "che possegga una buona flessibilità e una ricchezza sufficienti per raggiungere il pubblico e per trasportare almeno in parte i contenuti." (ivi, p.20)

"Almeno in parte". Non tutto quindi, secondo Longo,si potrà trasmettere; inoltre, i contenuti arriveranno all'utente profano attraverso il filtro della metalingua "escogitata" dal divulgatore.

Torniamo alla domanda di partenza: "quanto voglio/devo/posso capire?". Appare evidente che il criterio quantitativo non ci aiuta molto: non si tratta infatti di quantità misurabili. Non ha senso dire "tutto" ("voglio capire/spiegare tutto"), quindi non ha neanche senso dire "non tutto" o "in parte".

Attenzione: non stiamo parlando di una situazione scolastica, con le materie ben separate, inscatolate nei programmi, con i voti, il registro, le pagelle, le esigenze didattiche...

Il pensiero scientifico non si sviluppa in modo lineare (come è stato sottolineato nelle comunicazioni e nei dibattiti di questo seminario): la scienza non è un oggetto compatto, non c'è consenso da parte degli scienziati nemmeno sul linguaggio disciplinare atto a descriverla. Si assiste, afferma Marcello Cini (Il supermarket di Prometeo, Codice edizioni, Torino 2006) alla moltiplicazione dei linguaggi adottati da gruppi diversi della comunità scientifica. Questi linguaggi "corrispondono a differenti modellizzazioni del dominio fenomenologico e a diversi punti di vista (culturali, epistemologici, tecnologici) a partire dai quali si costruiscono le categorie concettuali e i metodi pratici utilizzati per analizzare il dominio considerato." (p.52)

L'utente profano dovrà dunque (a meno che non voglia accontentarsi riduttivamente di un punto di vista unico) farsi carico anche di questa varietà di punti di vista in competizione.

Riassumendo: come utente profana io mi addentro in territori sconosciuti dei quali non è possibile conoscere i confini, munita solo di brandelli di mappe parziali e contraddittorie, alla ricerca di... che cosa?

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2. Che cosa voglio/posso/voglio poter capire? – E voi, quando vi inoltrate in campi per voi non familiari, di che cosa vi volete appropriare, che cosa volete com-prendere, afferrare, portar via, strappare? Vogliamo pezzi di "verità"? Ma sappiamo bene che gli assoluti non esistono... Pezzi di "realtà"? Ma la realtà la costruiamo noi... Vogliamo qualche strumento utile per la nostra esplorazione (una lente, una lampada, un coltellino...)? Forse, perché no? Vogliamo cibo per la mente? Ecco, ci siamo: certamente sì.

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3. Cibo per la mente... - Che vuol dire?

Ognuno di noi ha una sua "soglia" (diversa da persona a persona), un punto sensibile che, una volta stimolato da un appropriato nutrimento, fa scattare la mente in avanti e apre nuovi impensati spiragli di comprensione. E questo accade in alcuni rari momenti, cioè quando la "volontà di capire" e la "volontà di farsi capire" si incontrano: si crea un arco voltaico, la mente si accende e il difficile percorso in parte si illumina. Non è tanto una questione - se ne è parlato a lungo durante il seminario - di buone o cattive metafore (sempre in parte traditrici!). L'arco voltaico si crea se il divulgatore, lo scienziato-divulgatore, mostra di aver seguito, per incontrare le nostre esigenze, un prezioso consiglio di Gould: "dobbiamo impegnarci al massimo per far capire al pubblico che cosa siamo e che cosa non siamo." (Bravo Brontosauro cit., p.10)

Far capire che cosa siamo e che cosa non siamo... Facile a dirsi! Quanti sono quelli che ci riescono, quanti sono gli scienziati-divulgatori che, abbandonata ogni spocchia, ogni arrière-pensée del tipo: "tanto tu non puoi capire", riescono a comunicarci con semplicità la loro passione, le loro delusioni, le loro speranze e a farci rivivere il momento incandescente dell'esperienza?

Quando questo avviene, noi utenti profani riusciamo ad afferrare e a mettere nella nostra bisaccia da esploratori degli oggetti disparati, insoliti, bizzarri da custodire con cura, che saranno cibo per la nostra mente: un verso di Lucrezio, un pezzetto di cavolfiore, un mosaico veneziano, un lucido ed elegante argomentare, alcune impronte nella neve, un tono di voce più intenso, un disegnino brutto su un taccuino consunto, o un granchio, che qualcuno un giorno posò su una cattedra...

A volte, può essere cibo per la mente anche una piccola definizione come questa: "Una retta è costituita da infiniti punti". Semplice, no? Direi quasi banale. Ma provate a chiedervi: "Quanti punti ci sono tra un punto e l'altro della retta?" oppure "Quante rette possono passare per un punto?".

Le risposte forse può darcele Giacomo Leopardi.

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